LA SCACCHIERA E IL BANG_Contestualizzazioni

Il concetto di “contesto” attualmente può essere considerato come il tassello che compone e solidifica la base di un corretto ragionamento progettuale e risulta essere il punto nodale attorno a cui ruota un’architettura. Si tratta di un rapporto di continua reciprocità: come il contesto si riflette nell’architettura, per far sì che questa si inserisca perfettamente al suo interno, così questa provoca delle  conseguenze riscontrabili su scala territoriale.

Questo risulta essere un ragionamento così scontato al giorno d’oggi che sembra impossibile pensare che i progettisti in passato non ne abbiano fatto l’impulso del loro momento creativo. Eppure è solo negli anni Ottanta che compare la prima vera intenzione di operare uno studio sull’ambito urbano in cui sorge l’area di progetto e di creare delle strutture che portino i segni della dimensione umana.

Il contesto è un luogo morfologicamente interessante e caratterizzato da preesistenze, è centro di interessi ed esigenze sociali e di fitte tessiture. Il suo fondarsi alla base del “ragionamento sull’esistente” non può che far ricadere l’attenzione sull’esempio più eclatante: la città storica.

A tal proposito si inserisce nello scenario di questi anni, la mostra “Roma interrotta” del ’78 in cui viene mostrato il lavoro di un gruppo di celebri architetti i quali si sono ritrovati ad affrontare la tessitura della “città eterna” inserendo al suo interno ciascuno un proprio progetto. Il fattore rilevante di tale evento è sicuramente la base cartografica con cui i progettisti si sono dovuti confrontare. Si tratta della Pianta grande del Nolli del 1748, in cui compare una forte attenzione alla distinzione fra pieni e vuoti urbani, i quali rappresentano lo spazio pubblico organizzato in strade, piazze, slarghi e svincoli, e vengono messe in evidenza le emergenze architettoniche della città tramite la loro struttura portante, spogliandole del loro involucro esterno, così da farne percepire la loro articolazione spaziale interna.

Così ogni architetto coglie l’occasione per esprimere con tale incarico la propria cultura e formazione, ma anche la propria idea di città. La più rilevante è sicuramente quella di Paolo Portoghesi il quale mostra il suo punto di vista decisamente legato all’ambito naturalistico: egli, infatti, mette in evidenza la propria concezione di tessitura della città barocca componendo le sue tavole di rappresentazioni di masse tufacee, tipiche della parte nord del Lazio, inondate dalla vegetazione, di ruscelli e torrenti vari che scavano la roccia e ne definiscono i profili.

Un architetto che prende spunto dal pensiero di Portoghesi è Alessandro Anselmi in quale affronta il tema del “contesto” in una direzione più storica, archeologica, e Roma è per lui la città ideale in cui inserire i propri progetti. Nelle Case Parcheggio al Monte Testaccio, esempio eclatante della linea di pensiero dell’architetto, questo si è chiaramente ispirato  alla  morfologia del monte, nato dalla sedimentazione dei cocci portati dal fiume Tevere. Infatti la struttura è lineare e solcata al centro da un percorso che definisce due corpi di fabbrica differenti fra loro per forma che rappresentano metaforicamente la conformazione del monte di Testaccio.

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Anselmi è uno dei pionieri del concetto di “scena urbana” e il suo progetto per l’amministrazione di Resé-le-Nantes ne è la dimostrazione. Tale struttura si basa su una forte asimmetria e su una riproduzione statica del movimento e del frammento quasi come se fosse una scenografia.

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Altro progetto in cui la sezione, la complessità e il forte rapporto con il contesto urbano è il Municipio di Fiumicino, in cui Anselmi da una direzione più volumetrica al suo lavoro inserendo, a contrasto, un piano di copertura che si adagia armonicamente sulle strutture sottostanti. Questo piano, che riprende concettualmente la forma di una banchina del Tevere situata nelle vicinanze e che poggia un suo fianco sulla strada e concretizza così il collegamento tra architettura e contesto, è il vero gesto compositivo compiuto dall’architetto poiché crea un doppio spazio vivibile: quello sottostante, inserito all’interno dei volumi, e quello sovrastante scandito tramite percorsi e scalinate all’aperto. E’ un corpo che muta la sua funzione in base a come si piega diventando piazza, scalinata, facciata e, infine, copertura.

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IL BANG: Banchina del Tevere.

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